Città Sant’Angelo: barlumi di verità.

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Estate. Così finisci per ricordarti di quei periodi a Città Sant’Angelo, del biondo scosso dal vento del grano in attesa della imminente mietitura, del trattore Fiat arancione a cingoli dei nonni guidato già dalle mani sapienti di Luca, dell’Alfa di zio Ernesto, dell’indigestione dei fichi sull’albero, di tacchini in giro per l’orto e delle angurie e dei meloni gialli coltivati dietro casa….e il nascondino serale mentre gli adulti erano ancora a tavola, e i nonni (in comproprietà) che facevano ancora i nonni e le nonne che invece di improbabili plastiche facciali preparavano gustose merende (di nascosto dai genitori) e narravano di racconti e di dicerie di paese e, per essere moderni, anche di barzellette un pò sconce. E così, Alessia, e così, Luca, ora che Gabriele e Agata, che i nonni e gli zii non ci sono più quei giorni mi appaiono, ma per difetto, qualcosa di fondamentale nelle nostre esistenze (oggi di più di quando con entusiasmo fanciullesco li vivevamo e li animavamo). La verità, se c’è, si trova proprio là a Città Sant’Angelo (come a Rieti), nel percorso inverso che in taluni giorni dell’anno si faceva da Roma, concentrata lungo gli anni e per generazioni ancora nella costruzione di quelle mura e nella fatica delle campagne. La verità è nei vicoli e nelle case aperte all’ospite inatteso, al bicchiere di vino e alla salsiccia cruda sul pane da bere e mangiare in compagnia.

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