L’ “effetto buondìmotta”

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Parlare a qualche giorno di distanza di un fenomeno, di un evento soprattutto se di tipo mediatico, vissuto in grande parte con istinti di rete a farne da contorno e da amplificazione, ha un vantaggio. Aiuta, cioè, la sua comprensione oggettiva.

Tutti i lettori conosceranno i contenuti dello spot della famosa azienda dolciaria italiana, in parte assorbita dal gruppo Bauli. La figlia, la merenda, la mamma e l’asteroide infame che paradossalmente sanziona il realismo di quest’ultima.

A qualche giorno di distanza è curioso e persino utile ripercorre le prese di posizione, soprattutto quelle più cattive e più estrema.

Sui social, nella pagina della Motta, le dure critiche sono fioccate: “Quando avete pensato allo spot non vi è venuto in mente che una bambina che ha perso tragicamente la madre potrebbe sentirsi male di fronte a queste immagini?“. Dal tono meno perentorio Andrea, che strizzando l’occhio con un emoji domanda: “Avete pure pagato  qualcuno per realizzarla?”.

“È orrenda, irreale. Far parlare con una frase così costruita la bambina e la madre incenerita da un asteroide non fa sorridere nessuno, anche se dotato di grande ironia”, scrive Irene.

Il signor Matteo Lugara ha detto che è la pubblicità più violenta che abbia visto. “La vostra ironia – scrive Lidia – è diseducativa. Cambiate agenzia di pubblicità. Come consumatore mi sento offesa“. Marisa rincara: “Secondo me i bambini rimangono scioccati vedere sparire la mamma cosi“. E ancora Giulia: “Gentilissimi ritengo che il vostro ultimo spot sia terribile, fuorviante, diseducativo e violento. Penso che la vostra importante azienda rifletterà e provvederà a rimuoverlo“.

Un po’ più riflessivo è Michele Boroni, giornalista ed esperto in comunicazione e marketing da Tempi.it:  “Un tempo, l’ufficio marketing di un’azienda studiava un preciso piano di comunicazione che sapeva dove andare a parare. Oggi invece è molto più facile che un messaggio sfugga di mano e si trasformi in qualcos’altro. È un discorso che con le nuove tecnologie vale per tutto e a maggior ragione per i messaggi commerciali forti“.
Forte è la presa di posizione del Presidente di AIART, un’associazione di telespettatori e cittadini mediali, Massimiliano Padula che ha detto di aver visto lo spot col figlio e, annunciando dei ricorsi all’AgCom, ha definito la campagna pubblicitaria di “cattivo gusto e demenziale“.

In difesa dello spot si sono prodigati diversi personaggi, ad esempio Daria Bignardi: “Non credo che esistano bambini sopra i tre anni che possano essere urtati da questo spot. A quelli sotto i tre anni eviterei proprio di far vedere le pubblicità in televisione, anche perché difficilmente sono spiritose come questa.”

Un altro pubblicitario, Paolo Iabichino, dalle colonne di Vita.it ha tuonato: “La mamma italiana ha ben altre responsabilità piuttosto che prendersela con una merendina che delegittima il ruolo dei genitori. Lo dico da genitore più che da pubblicitario.”

Addirittura di metanarrazione, per esaltare il valore dell’impianto pubblicitario, ha parlato l’esperto Roberto Gagnor.

Insomma se dal libro il “Ritratto di Doran Gray” di Oscar Wilde del 1890 fino ai primi giorni del mese di Settembre dell’anno domini 2017 si poteva, poco sinteticamente, dire: “Parlare bene o male purché se ne parli“, oggi si può decisamente riassumere il fenomeno nell’ “effetto buondì motta“.

Con l’avvertenza che in moltissimi casi della vita sociale contemporanea la “ciccia” molte volte è proprio solo nell’ “effetto buondì motta” e nella capacità, a valanga, che questo influenzi i gusti del telespettatore, del cittadino e dell’agenda setting di un paese (facendolo socializzare sull’autentico nulla).

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